Morto da vivo: l’incredibile storia del Barone La Lomia

In Sicilia, in cui sono forti le tentazioni di ricorrere allo stereotipo, probabilmente per  illudersi che si possa dare sintesi e semplificazione a una terra, la cui essenza è complessa, multiforme  e sfuggevole. Queste suggestioni di omologazione non ha hanno fatto presa su alcuni siciliani illustri e fuori dagli schemi, le cui vite sono state dipinte con pennellate dai tratti bizzarri e inconsueti.  La storie  di siciliani che hanno vissuto esistenze curiose.

Barone Agostino La Lomia

IL BARONE AGOSTINO LA LOMIA

Un funerale celebrato da vivo, titoli nobiliari elargiti agli animali domestici, l’acquisto di un isolotto dove si era proclamato capo di uno stato indipendente, corrispondenza epistolare in cui era mittente e destinatario, uomini e donne prezzolati per essere i suoi amanti. Sono solo alcuni aneddoti legati al Barone Agostino La Lomia, esponente di una blasonata e facoltosa famiglia di Canicattì, dove nacque nel 1905.  Fu  un personaggio eccentrico e condusse un’esistenza briosa, goliardica e godereccia. Superstizioso fino al midollo, faceva annunciare i suoi ospiti dalla servitù con un numero variabile di rintocchi di campane,  tanto più numerosi quanti più erano graditi i visitatori. Amava le azioni plateali, come quando il 3 agosto 1969  sul Giornale di Sicilia pubblicò il necrologio per la morte del suo gatto.  «Investito da mano pirata – fece scrivere sul quotidiano – è deceduto tragicamente in Canicattì S.E. il Referendario Paolo Annarino» .  Allo stesso filone appartengono le strampalerie di insignire  il suo merlo acquatico  «Don Turiddu Capra» del titolo  di Duca di Santa Flavia e di provvedere a far stampare al suo amato pennuto i biglietti da visita, contenenti  indirizzi recapiti telefonici reali. La morte, al di là degli eccessi e degli aspetti teatrali della sua personalità, fu un pensiero ricorrente, costante e forse assillante del barone La Lumia tanto che  il 22 ottobre 1967 inscenò, forse la sua beffa più celebre,  un finto funerale, dove si pasteggiò nella tomba di famiglia con pane, vino e mandorle, il barone, in una sorta di prova generale delle  sfarzose esequie che aveva immaginato nei minimi particolari con 16 becchini internazionali, accompagnati da un notaio dalla mano adunca, da un ingegnere con piccone e da un politico con una forchetta.  Proclamò l’isola di Capo La Croce, uno scoglio in prossimità di Taormina,  capitale del rinnovato Regno di Sicilia e sede marina dell’istrionica Accademia del Parnaso. A Palermo era ospite fisso del Grande Hotel delle Palme, dove occupò stabilmente la stanza numero 124, dove sosteneva di essere stato concepito. Qui Il barone si scriveva le lettere e se le spediva. Facendosele consegnare  alla reception, alla presenza di molta gente. Sempre nel prestigioso albergo, il nobiluomo non disdegnò comprare l’amore di bellissime donne.  L’indomani  quando il personale  tornava  a riordinargli la camera, lo trovavano inginocchiato: «Anche pi sta vota u signuri nn’aiutò », diceva loro, spiegando quell’insolita preghiera per virilità ricevuta. Pare che l’uomo non disdegnasse la compagnia di persone dello stesso sesso, si racconta, infatti, che confidò a un arciprete  «la mia barba la toccano le belle donne ed i pederasti di classe». Il barone La Lumia amò burlarsi di tutto e tutti, nelle vie del centro del capoluogo siciliano fu sua la paternità di un memorabile scherzo che consisteva nel gridare  “curnuti” ai passanti di spalle  e, successivamente,  contare quante persone si erano girate. Non accettò mai la perdita della proprietà di un prestigioso palazzo in Piazza Castelnuovo che considerò sempre come una spoliazione, una costrizione da parte di poteri forti e mafiosi. Per il tormento rimase chiuso per  sette anni nel suo palazzo settecentesco di Canicattì. Il barone, coerente con la sua eccentricità, vestiva in bianco d’inverno e in nero d’estate. Grande viveur, amava la vita mondava, si recava spesso a Venezia per la rassegna cinematografica e coltivava l’amicizia con donne dello spettacolo, come Sofia Loren e, soprattutto, Gina Lollobrigida, con le quali amava passeggiare in via Veneto a Roma. I rapporti con la protagonista de “La Ciociara” si interruppero dopo che il possidente le propose, pensando di fare un gesto gradito, di far dono dalla sua tenuta di “Giacchetto” di un albero secolare dal quale si sarebbe ricavato il legno per costruire la bara. La star, superstiziosa più di La Lomia, considerò l’offerta di cattivo gusto e, soprattutto, portatrice di sfortuna. Così interruppe allontanò deinitivamente il signore di Canicattì. La parabola discendente della vita dandy di un uomo che non appartenne mai al suo tempo si concluse il 20 gennaio 1978, il giorno successivo a Canicattì si celebrano le esequie che a differenza della pomposità di quelle simulate poco più di dieci anni addietro, furono sommesse e sobrie con pochissime persone presenti. 

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